Le informazioni in mio possesso indicavano che buona parte del fiume era navigabile sino ai piedi della Cordigliera. Non è così, naturalmente. Risaliamo il fiume su un barcone dalla chiglia piatta spinto da un motore diesel che lotta con asmatica ostinazione contro la corrente.
(Alvaro Mutis-La Neve dell'Ammiraglio)
.

Eccomi

Blogger: Flor
E' necessario che vi dica che questo sito non rappresenta una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità? E anche che pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Diciamolo vah, visti i tempi che corrono...

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mercoledì, 14 maggio 2008

Intuisco di essere arrivata nel quartiere giusto, dall'odore acre che impegna l'aria. E oltrepassato il portone nell'alto muro che fa ombra sulla viuzza, c'è un ampio e assolato alverare, ricco di vasche, colori, puzza e fatica.
E' un mestiere infame quello dei conciatori, immersi per ore in un liquido denso a pestare le pelli, prima nelle vasche di calce ed urina e poi in quelle del colore, a grattare con forza sotto ad un sole feroce le ultime tracce di pelo, a trasportare sulle spalle chili di materiale macerato per la lavorazione finale.
Vivono 15 famiglie in questo girone dell'inferno e sono tutte impegnati nel ciclo produttivo. Gli uomini non ridono, non parlano, non si vogliono far fotografare se non a distanza. Si muovono dentro e tra le vasche come se avessero perso l'anima. Il giallo zafferano, il rosso hennè e il blu indaco, è penetrato sotto la loro pelle, mischiandosi e facendoli sembrare esseri d'un altro pianeta.
Li osservo dalla terrazza con un rametto di menta sotto alle narici, "notre masque à gaz naturel" mi dice l'uomo che mi ha portato fin lassù. La sensazione però non cambia. E' disagio per qualcosa di inumano, il cui prodotto viene venduto a poco prezzo ai turisti e le foto che scatto sono aspre, sofferte, malgrado i colori e la straordinarietà di un mestiere antico.
Per questo non ho il coraggio di contrattare oltre ad un certo limite il prezzo della morbida giacca in pelle che ha attirato la mia attenzione. E scopro che ho fatto bene: Zac, infatti, mi chiede quanto l'ho pagata e mi spiega che ha una percentuale sul mio acquisto. Quelli della conceria gli hanno promesso, raggiunto il tetto, una cartella ed un paio di babuoches.
Scossa da quanto ho visto e respirato mi faccio riportare da Zac al riad Dar Dmana, un paradiso di silenzi, di profumo di menta e di parole cortesi sull'umana e raffinata Fes a cui voglio tornare a credere. (continua)

 

Scritto da Flor alle ore 17:09 | link | commenti | Torna su
Parole che vengono - dal marocco

martedì, 13 maggio 2008

Zaccaria, il ragazzino che mi ha intercettato la sera prima vicino alle mura di Fes, mi aspetta all'entrata del riad alle 9, preciso come un orologio svizzero.
Ha un bel viso adolescente. Porta la camicia bianca aperta e i jeans con la vita bassa. Il fondo dei pantaloni gli si accumula copioso sulle grosse scapre da basket, slacciate.
Cammina dinoccolato e strafottente, un po' come un guappo, ma i suoi occhi e i suoi sorrisi rivelano ancora la dolcezza da bambino. Dimostra meno dei suoi 17 anni.
Mi fa fare un giro nella medina come gli ho promesso anche se avrei preferito farlo con una guida autorizzata ma per me è l'occasione per fargli raccontare chi è.
I suoi genitori sono montanari, del Medio Atlante, scesi a Fes per cercare lavoro. Lui, ultimo di cinque figli, è nato nella città bianca, proprio qui nella medina, ed è per questo che si muove agile senza mai perdere il senso dell'orientamento. Va ancora a scuola, ma oggi no e mi dice imbarazzato che è in vacanza: mi sta mentendo.
Le parole si dipanano facilmente come i nostri passi nelle strettoie del labirinto formato da viuzze sinuose e bianche, a tratti buie e misteriose, che offrono scorci su epoche antiche, immobili nel tempo. Zaccaria sembra fiero di mostrarmi i segreti dei vicoli e di saper rispondere alle mie domande.
Non mi cammina mai accanto, però. Sta sempre a qualche passo di distanza da me perchè è un abusivo e si rischiano fino a 2 anni di carcere. Ma chiunque capirebbe subito che mi sta accompagnando perchè, soprattutto ora che siamo nel cuore palpitante di Fes, ha negli occhi e nei movimenti l'ansia della preda, pronta a schizzare via nel caso incontrassimo la polizia turistica. 
E ad un certo punto scatta come un leprotto abbandonandomi nel dedalo di viuzze, terrorizzata di non uscirne più, mentre due uomini in borghese mi sorvegliano da lontano.
Temporeggio ostentando sicurezza, fingo di interessarmi alle botteghe, non provo ad andarmene, reggo il gioco di Zaccaria perchè mi fido di lui e so che verrà a recuperarmi. E un uomo mi si avvicina mormorando "Zac va retourner, ne t'inquiète pas, ma gazelle".
Così accade. Zac risbuca dopo un po', timoroso per il mio stato d'animo. Si scusa, tenta di giustificarsi. Sdrammatizzo e gli sono solidale. Ora lui non è più la mia guida abusiva e io la sua turista da accompagnare per far giornata: ci sentiamo complici e amici, dopo questa avventura, così iniziamo a darci del tu mentre, protetto da una rete di giovani sentinelle agli angoli della strada, mi accompagna nel quartiere dei conciatori di pelli. (continua)

Scritto da Flor alle ore 16:28 | link | commenti (3) | Torna su
Parole che vengono - dal marocco

lunedì, 12 maggio 2008

Sono otto le ore di strada che separano Marrakech da Fes.
Vale la pena percorrere ogni chilometro con molta attenzione per cogliere le sfumature dei colori e delle pendenze che mutano gli scenari. Per cogliere il quasi impercettibile palpitare di vita che abita il paesaggio immobile ed immenso, sospeso nel tempo.
La campagna ha un ritmo antico, in cui sono ancora i muli a far da motore a questa terra, in cui è ancora la falce tirata da uomini col cappello di paglia a tagliare il grano giallo sotto ad un sole feroce, mentre le donne avvolte nelle loro stoffe colorate, lo raccolgono, piegate, in fasci.
Se non fossi in Marocco, citerei un quadro di Van Gogh.
I bambini dai carretti o intenti a sguazzare nei rudimentali acquedotti d'irrigazione, mi salutano mentre passo in macchina, colti dall'euoforia per la novità. Prima fanno un cenno timoroso e vedendo la risposta, si sbracciano e si agitano ridendo. Forse, la sera, lo racconteranno addirittura a casa.
E' un'infanzia da abbracciare, la loro: già adulti per stare sulla strada a vendere biscottini e fazzoletti di carta, o a sorvegliare le bestie che pascolano nei campi ma ancora incredibilmente bambini nelle cause e nelle manifestazioni di stupore. Basta una parola detta in italiano, uno scatto fotografico, a scatenare l'emozione da rondinelle in primavera. Da noi non capita più.
A pranzo mi fermo in una sorta di autogrill, nel nulla più assoluto. Sotto al pergolato di buganvillea e nel frinire delle cicale, mi viene concesso il privilegio di una tovaglia, come ai poliziotti che siedono al tavolo di fronte. Gli altri clienti, tutti marocchini, non danno segni di insofferenza per la disparità di trattamento, come se fosse una cosa senza importanza.
I poliziotti. Qualche ora prima, in uscita da Marrakech, mi avevano fermato contestando i 10 km/h sopra il limiti di velocità.
"400 Dhn, c'est la loi" mi aveva detto il poliziotto ed ero scesa dalla macchina a fumare mentre sfogliava il libro dei verbali per farmi vedere che era proprio quello l'importo richiesto a tutti.
" Ce n'est pas bien de fumer, ma gazelle" mi aveva detto.
Gli uomini chiamano le donne "gazzelle" e trovo che sia un'espressione bellissima: gentile e sensuale. Così non ero stata sgradevole con un "ça aussi c'est la loi?" quando dal mazzetto dei quattro biglietti da 100 Dhn, ne aveva estratto uno solo, mettendoselo in tasca per lasciarmi andare senza verbale.
Sono attimi che ritornano sotto al pergolato, mentre assaporo un cous cous alle sette verdure e la pace di un tempo lento e poco importante, allontanando le urgenze di arrivare a Fes entro l'imbrunire... (continua)


Scritto da Flor alle ore 15:22 | link | commenti (2) | Torna su
Parole che vengono - dal marocco

venerdì, 09 maggio 2008

MARRAKECH EXPRESS - La città rossa in 50 scatti
(clicca sull'immagine)

Controluce

(In sottofondo Roberto Ciotti-No More Blue- Marrakech Express)

Scritto da Flor alle ore 15:02 | link | commenti (3) | Torna su
Parole che vengono - dal marocco

giovedì, 08 maggio 2008

Ma Marrakesch non è solo magma che si muove.
Marrakech è anche luogo di sospensioni silenziose nel fresco dei patii maiolicati e raffinato rituale del tè alla menta.
Sono momenti intimi quelli, come se si ritrovasse la propria identità, dopo esseresi confusa col frastuono delle strade, dei colori e dei profumi a formare un tutt'uno con loro.
Riacquisto così, nei patii, la capacità di ascoltare l'acqua che scorre come unico canto di vita, mentre l'aria più fresca e pura allevia le narici fin troppo sollecitate. E i dettagli emergono chiari, nel gioco ipnotico dei mosaici in maiolica colorata su cui solo i miei passi sembrano farsi sentire. 
Sono di nuovo io, non più posseduta da questa città. L'anima è quieta come in un ventre materno e può iniziare ad elaborare le emozioni, illuminata dai fasci di luce che filtrano dalle vetrate colorate a segnare il tempo che scorre lieve.
In quei momenti è bello concedersi un caldo ma rinfrescante tè alla menta.
Il rituale è semplice e di grande intensità. Come per ogni cosa piacevole non bisogna avere fretta, per assaporarne meglio ogni dettaglio e ogni sorpresa. 
Le foglioline di menta fresca vanno lasciate riposare nell'acqua calda della teiera in metallo per diverso tempo, in modo che possano regalare con pienezza il loro aroma.
Quando l'infuso è pronto, lo si versa in un bicchierino di vetro e questo è forse il momento più importante. Saper versare il tè è infatti essenziale per la buona riuscita del rituale. La teiera deve allontanarsi dal bicchierino non appena il liquido inizia a scendere piano, rimanendo sospesa in aria per far sì che un fresco profumo si diffonda nell'aria e ne possa godere il naso ancor prima della bocca.
E non è solo l'aroma ad impegnare l'aria ma anche il canto dell'acqua che scorre e si raccoglie nel bicchiere come in una fontanella.
Bisogna quindi prestare attenzione a non scottarsi le dita nel prendere il biccherino. C'è però il trucco: basta posare il pollice sul bordo e l'indice e il medio sul fondo, le parti più spesse di vetro.
Così lo si può portare al naso e respirare il caldo vapore, mentre si attende che la temperatura della bevanda diventi meno aggressiva.
E lo si assapora nelle sue sfumature di gusto, secono me meglio se senza zucchero, chiudendo gli occhi.

Scritto da Flor alle ore 19:39 | link | commenti (4) | Torna su
Parole che vengono - dal marocco

mercoledì, 07 maggio 2008

Bastano poche ore a Marrakech, per farti capire che, se non l'hai mai vista, non puoi dire di aver visto il mondo.
Marrakech è soprattutto un viaggio nell'uomo o così mi è sembrato percorrendo le sue strade arginate dai muri rossi. L'umanità che vi scorre è straordinaria in ogni sua manifestazione: dalla contrattazione nelle botteghe alla silenziosa attesa degli anziani sulle soglie delle case. Dai riti del tè alla menta o della spremuta d'arance ai trucchi degli incantatori di serpenti. Dal continuo rumore tribale, che sia esso di tamburi, di voci o di clacson, al silenzio sospeso dei patii maiolicati.
E l'odore, o meglio il profumo, di spezie a solleticare le narici fino in gola, è il giusto accompagnamento mentre leggi la vita degli altri tra le pieghe dei caftani o dei djellaba, o nelle espressioni dei volti della gente, anche quando, nelle donne, intravedi solo gli occhi da sotto il velo.
E' un'umanità che ti si offre spontanea ad ogni incontro.
Di Rachid ho già detto. Ma c'è anche Mustafa Le Berber, incrociato per caso il giorno dopo, che mi accompagna nella Mellah, gentile ed affidabile come solo i berberi (a quanto mi dice) sanno essere, e che alla fine del giro mi fa conoscere anche i suoi due bambini, molto simili ai nostri scugnizzi per via della stessa scuola praticata: la strada. E viene del tutto spontaneo lasciargli una mancia, quale ricompensa per i regali inaspettati che mi ha dato e per le scoperte che mi ha fatto fare.
C'è Hassan, della bottega del cuoio, che tiene a precisare mostrandomi addirittura un documento, che lui non è berbero ma della raffinata Fès e quindi molto più getile ed affidabile. Contrattare con lui sul prezzo delle babouches  è una gara di scherma che si combatte a parole e gesti per vedere chi la spunta. Si misura l'avvresario a suon di provocazioni, di passi indietro e di affondi. Ci si allontana per esser riacciuffati alle proprie condizioni e alla fine, almeno io esausta, ci si stringe la mano e si compra. Non è tanto il prezzo spuntato ma come lo si è spuntato che rende soddisfatti i partecipanti alla contrattazione. Ne avrò la conferma anche in altre occasioni.
E poi c'è Ridah, giovane mercante di cosmetici e spezie berbere, che mentre mi spalma una maschera di bellezza antirughe all'hennè bianco su una sola guancia per dimostrarmi gli effetti miracolosi, mi declina i giocatori di tutte le squadre di calcio italiane. E mentre aspetto che faccia effetto, mi conduce in un viaggio olfattivo tra i segreti di bellezza marocchini. Mi fa scoprire il delicato profumo dell'ambra, quello del sensuale muschio e del primaverile gelsomino. Mi fa vedere la pietra da cui viene ricavato il kajal, mi fa provare una crema agli estratti di una strana noce mi regala una pietra che pare cristallo e che serve come deodorante naturale, insieme ad una boccettina di estratto di rose. E mentre mi leva la maschera e mi porge lo specchio, dice che così valgo almeno 80 cammelli in più rispetto a prima, scoppiando in una gustosa risata.
Lo saluto sulla soglia col mio sacchettino di profumi e cosmetici marocchini in mano e scopriamo, a rinnovare la complicità, che mi chiamo come la sua bottega... (continua)

Scritto da Flor alle ore 14:57 | link | commenti (5) | Torna su
Parole che vengono - dal marocco

martedì, 06 maggio 2008

Scesa dall'aereo a Casablanca, il primo colore che m'accoglie è il giallo. Un giallo intenso, infinito, come infinito è l'orizzonte piatto che con la macchina sfido, per arrivare a Marrakech entro sera.
Sono 280 km di strada dritta che scorre dentro il Marocco nel velluto giallo dei campi di grano maturo, delimitato dai sentieri di terra rossa che dà colore alle case, alle pecore e anche alle persone.
Poi il solito black out da sonnolenza in macchina, per risvegliarmi, all'imbrunire, nel caos cosmico di Marrakech.
A Marrakech, tutto ciò che può andare, che siano pedoni, carretti tirati da asini, biciclette, motorini, macchine o camion, va. E va seconto proprie imperscrutabili regole, intersecando traiettorie altrui, strombazzando o gridando, ma il tutto in un equilibrio di incastri perfetto, senza mai una collisione.
Il non sentirmi ancora parte di quegli equilibri mi esaspera, tanto da trattare malamente Rachid quando, affacciandosi al finestrino dell'auto, propone di prendermi in carico per condurmi in un albergo vicino alla Place. Ma è bravo, ha pazienza, e mi tranquillizza sia con le parole che insegnandomi a sopravvivere agli attraversamenti pedonali.
E' un piccolo gioco di forza, come una battaglia tra cuccioli, il prendere possesso della strada, qualunque strada sia e con qualsiasi mezzo la si voglia affrontare: non sono regole scritte e nemmeno l'educazione a governare la precendenza, ma la capacità di anticipare le mosse dell'altro per poterti fare largo e guadagnare terreno.
Imparo infretta, come se tornasse un istinto primordiale, e mi rilasso lasciandomi prendere, dopo una doccia, dal movimento cosmico che regola questa città straordinaria.
La Place Jemaa el-Fna, palpita e freme di vita la notte. Diffonde il suo suono tribale di tamburi e flauti nell'aria, come i fumi dei suoi ristoranti improvvisati, che s'accedono di luci riflesse. Pare la bocca di un vulcano: il cuore della terra che affiora, anzi: l'ombelico del mondo in una piazza.
La gente che la popola è numerosissima e riesco a riconoscere le prime etnie, assiepate intorno ai vari spettacoli di saltimbanchi e musicisti.
Tra tutte rimango colpita dai berberi del deserto, che vendono rimedi omeopatici e camminano per la piazza, alti e slanciati, nelle loro ampie vesti blu. Sembrano alberi maestri di navi antiche a solcar oceani, nel paradosso di uomini che attraversano invece la sabbia senza conoscere il mare.
Unica nota dolente è che ogni volta che mi fermo nei capannelli intorno ai saltimbanco, c'è sepre qualcuno che mi tocca di nascosto il sedere, così decido di andare a cercare Rachid perchè mi faccia da guida la prima notte a Marrakech ... (continua) 

Scritto da Flor alle ore 14:41 | link | commenti (5) | Torna su
Parole che vengono - dal marocco

martedì, 22 aprile 2008

Non pensavo fosse così difficile riprendere a scrivere qui.  
Con la fotografia è andata più liscia: mi è bastato fare un giro al parco, domenica pomeriggio, tra anziani e badanti nel loro giorno di riposo a contendersi le panchine, tra bambini sulle giostrine e gli abbracci di giovani innamorati a mischiarsi alle foglie tenere degli alberi, che la leggerezza è tornata. Ho sganciato la zavorra di tanta concretezza vissuta. Ho ripreso a danzare sulle punte, di tulipano in tulipano e di vita in vita.
Con la scrittura, invece, è più complicato: mi vien da comiziare. E poi mi vien da scrivere una cosa che per scaramanzia non me la sento di dire. Non ora almeno, visto che è un sogno offertomi inaspettatamente e che si sta realizzando. Ne ho avuta la conferma questa mattina a stordirmi per l'intera giornata e devo mettere insieme i pezzi per settembre.
Aspetto quindi tempi migliori, magari dopo il viaggio che m'aspetta. Sarà Marocco, la prossima settimana, e sono certa che dopo, le parole torneranno a scorrere.

Scritto da Flor alle ore 18:40 | link | commenti (12) | Torna su
Parole che vengono - dal cuore

mercoledì, 16 aprile 2008

La bufera di dati, percentuali, dichiarazioni e congratulazioni in cui mi sono trovata sballottata per due giorni, s'è placata d'un tratto poco fa.
Silenzio.
Silenzio davanti al trafiletto sul giornale, a pagina 18. "Nunzia non c'è più" e mi si gela li sangue.
L'ha trovata un passante ieri pomeriggio, rannicchiata per terra, nell'androne di casa sua. Quella casa in centro, che come lei perdeva i pezzi, e dalle cui finestre volavano paure e rabbia insieme ai suoi vestiti.
Anima di burro dal rossetto sbavato, parte di me e di questa città, possa tu ora ballare nelle tue Superga bianche su una nuvola, felice.

Scritto da Flor alle ore 13:25 | link | commenti (10) | Torna su
Parole che vengono - nunzia

lunedì, 07 aprile 2008
Al posto di imbracciare i fucili...

In un paese civile, alle persone, si spiega come si fa a votare:
Per vedere un voto NON VALIDO, clicca qui.
Per vedere un voto A RISCHIO, clicca qui.
Per vedere un voto VALIDO, clicca qui.

Scritto da Flor alle ore 13:05 | link | commenti (8) | Torna su
Parole che vengono - dal piddì