Le informazioni in mio possesso indicavano che buona parte del fiume era navigabile sino ai piedi della Cordigliera. Non è così, naturalmente. Risaliamo il fiume su un barcone dalla chiglia piatta spinto da un motore diesel che lotta con asmatica ostinazione contro la corrente.
(Alvaro Mutis-La Neve dell'Ammiraglio).
Eccomi
E' necessario che vi dica che questo sito non rappresenta una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità ? E anche che pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Diciamolo vah, visti i tempi che corrono...
Leggo qui la lettera del Sindaco di Varese, a proposito della vicenda di Anna, la giovane marocchina pestata da un gruppo di coetanee al grido di "marocchina di m..." nell'indifferenza generale dei passanti, e provo profonda delusione e sconcerto.
Non solo infatti la presa di posizione arriva dopo parecchi giorni di assordante silenzio da parte sua ma fa l'offeso e riduce il fatto ad un mero litigio per "ragioni di cuore" tra due ragazzine.
E pur accusando di strumentalizzazione chi s'è indignato per l'accaduto, prosegue contraddicendosi e strumentalizzando lui stesso la vicenda, dicendo che le posizioni di chi vede nel fatto fenomeni preoccupanti (peraltro in linea con quanto di grave sta accadendo in Italia in merito ai fenomeni di razzismo, bullismo e disorientamento dei giovani) sono solo per "gelosia", per il successo della Lega, forza politica che ha avuto sempre a cuore la democrazia e la libertà,"cosa che Veltroni non può dire con altrettanta sicurezza del suo passato comunista".
Potrei far presente al Sindaco che la parola "comunista" è un po' demodè e non fa più paura a nessuno qui in Italia e che comunque io (come tanti in passato iscritti al PCI) non ho mai sostenuto o condiviso le idee antidemocratiche di Stalin o Mao. O fargli presente che tra i padri della nostra Carta Costituzionale, dalla Lega tanto disprezzata, ci sono anche i comunisti, i comunisti italiani, quelli che hanno contribuito a liberare l'Italia e a farne una democrazia.
Potrei anche ricordare al Sindaco i "democratici e distensivi" manifesti del suo parito politico ( quiquiqui alcuni esempi) o le dichiarazioni "coerenti democratiche e distensive" di alcuni esponenti del suo partito (quiqui e qui alcuni esempi) o ancora dei provvedimenti proposti e votati dai loro rappresentanti in Parlamento diretti a tutelare la democrazia ( qui la conta al 15/10/08 di Gianni Barbacetto; qui qualcosa sulla legge elettorale).
Ma vorrebbe dire scendere sul suo stesso piano e fare il suo gioco: distogliere l'attenzione sul vero problema.
In Italia e a Varese OGGI il razzismo esiste ed è un fenomeno preoccupante.
Basta guardarsi intorno e ascoltare ciò che la Lega (e da ultimo i rigurgiti neofascisti di alcuni gruppi), con i suoi messaggi, ha generato nel sentire della gente comune: il dilagare dell'ossessione per l'extracomunitario, dell'insicurezza come sentimento soggettivo e non oggetivo.
O basta provare a vedere che accade nell'incontrollato virtuale, connettendosi anche solo a Facebook e digitare nel motore interno di ricerca "rom", "zingari" "immigrati". Se ne vedranno delle belle. Ad esempio il gruppo "crociati anti islam", "+rum - rom", "secessione ora e subito", " in memoria di Joerg Heider", per citarne alcuni a cui hanno aderito consiglieri comunali del suo partito.
Quest'aria che si respira non è roba da sottovalutare. E mi aspetterei dal sindaco di una città, un intervento un po' più attento e responsabile sull'evoluzione della società italiana e varesina, visto che lui rappresenta tutti i cittadini e non solo i leghisti.
Menomale, perchè lungo il percorso cittadino c'erano veramente pochi spettatori. Chissà se lunedì qualcuno li ringrazierà per la loro partecipazione... o torneranno ad essere considerati un problema.
E' così che mi viene da definirle, anche se mi tocca essere volgare.
Ma come chiamare altrimenti i manifesti "Welcome to Varese the capital of Padania", gli adiesivi con Alberto da Giussano su tutta la segnaletica del percorso ciclistico, la scritta ripassata "secessione" alla rotonda di Induno sulla Valganna, il gazebo leghista nel parcheggio pubblico di Villa Recalcati sede della Provincia, le sagome dei ciclisti con le facce dei big della Lega sulla rotonda di Capolago, i cartelli turistici in dialetto, le bandiere con la rosa camuna dei tifosi e il non alzarsi in piedi durante l'Inno Italiano alla cerimonia di apertura dei Mondiali?
Piero Angela in un suo documentario, se si trattasse di descrivere i comportamenti di un branco di animali, li definirebbe modi per segnare il territorio... pisciatine, appunto. Pisciatine Mondiali.
Questi manifesti che tappezzano la città, messa da parte l'irritazione iniziale, mi fanno anche un po' ridere.
E non è solo per l'inglese, a cercare di essere maldestramente internazionali.
Se li mettiamo a confronto con il deserto che regna a Varese in questi primi giorni di Mondiale, infatti, vien fuori l'esito drammatico dei messaggi che la Lega ci propina da anni.
Sì, perchè a furia di fomentare l'intolleranza, l'individualismo e la paura, metà di chi abita a Varese è scappato fori città nel timore di una presunta invasione di persone che allo stato non c'è ancora. Quelli che sono rimasti, invece, non fanno altro che lagnarsi dei disagi per strade chiuse, corse degli autobus saltate e l'incertezza che regna su tutto.
Non mi sorprenderebbe poi se qualcuno mi dicesse che ha anche fatto scorta di medicine, acqua, zucchero e scatolette di tonno come se fossimo in guerra, visto il clima da panico.
Così, a furia di pensare arrogantemente che "son padroni a casa loro", quano c'è il rischio di venire "invasi" loro malgrado da una folla festosa per una manifestazione internazionale, scappano o si barricano in casa facendo rischiare il fallimento della maifestazione ai loro amministratori comunali.
Complimenti: "welcome to Varese, the capital of Padania".
Io intanto mi godo il silenzio e la città deserta.
Varese non è solo Mondiali di Ciclismo, in questo periodo.
Varese sono anche la rotonda di Buguggiate su cui svettano le sagome di ciclisti con la faccia dei leader leghisti (qui l'articolo) e i manifesti verdi, accanto a quelli di benvenuto per la manifestazione sportiva, in cui si dice che Varese è la capitale della Padania, con tanto di simbolo della Lega.
E Varese sono anche le dichiarazioni omofobe dell'Assessore all'Ambiente del Comune di Albizzate, Giancarlo Valmori, il quale afferma bellamente davanti alle telecamere di Rai2 che la tolleranza per i gay ci può anche essere ma se vengono messi dove sono sempre stati... anche nelle foibe (qui l'articolo). Varese è anche l'indifferenza di una giunta comunale (quella di Albizzate) che non si dissocia dalle dichiarazioni del suo assessore rigettando la richiesta di dimissioni avanzata dall'opposizione.
Poi arrivano i Mondiali di Ciclismo e tutti si riempiono la bocca d'inglese: Varese land of turism, Varese land of business anche se fanno una fatica pazzesca a cantare l'Inno italiano alla cerimonia inaugurale dei Mondiali.
E così Giancarlo Valmori e la brutta cultura che l'accompagna, cadono nel dimenticatoio.
Non per tutti, però. Non per il caro Davide Colombo (un vero genio) che mi manda un bellissimo video, realizzato insieme ad un gruppo di amici.
Lo riporto qui, in modo che non si abbassi la guardia contro l'intolleranza e le discriminazioni, continuando a parlarne partendo da un sorriso.
La mattina, ho ripreso ad andare a lavorare in autobus. Lo prendo al capolinea come un tempo, fino in centro città e attraverso così alcuni quartieri definiti popolari, abitati da chi non ha il SUV ma mette ancora alle finestre e sui balconi panni ad asciugare e vasi di gerani.
La gente che sale è variegatissima ora. C'è la signora indiana con la lunga treccia nera, nel suo bel costume di stoffa leggera e lustrini, che sbuca dal maglione in lana. Lo stringe in vita con una mano e con l'altra tiene stretta la mano della sua bimba. La sta portando a scuola, vestita col grembiulino della Gelmini e la cartella in spalla. Anche la bionda dell'est, stretta stretta nei jeans dentro agli stivali bianchi, porta a scuola il suo bambino, un po' più grande della piccola indiana ma anche lui con il suo zaino in spalla. Come il ragazzino di colore, l'aria da rapper, appeso alla sbarra di sostegno. Sta andando a lezione insieme ad un gruppo di ragazzini italiani vestiti come lui. Ha le cuffiette dell'IPod nelle orecchie. Ma la musica che sento è latinoamerica, e proviene dalle cuffiette della peruviana seduta accanto a me. Ha una borsa in plastica sulle ginocchia. Probabilmente c'è un grembiule o stracci puliti per far la polevere a casa di qualche italiano. Le cinesine invece parlano fitte e ridono tra loro, dimostrando una vitalità invidiabile già dalle prime ore della giornata.
Incontro la commessa della profumeria del centro, l'ex uscere del tribunale ormai in pensione, e altri volti noti. Gli stessi di una decina d'anni fa che però ora si mischiano a colori di pelle e vestiti di altre regioni del mondo.
Mi piace stare in autobus. E' un mondo normale, democratico, quello che sale e scende dalla P. La vita si svolge per tutti fluida e abitudinaria, accomunandoci nella quotidianità fatta di lavoro, scuola, piccole commissioni, voglia di sicurezza e serenità a prescindere dal paese di provenienza.
Sulla P, c'è la dimostrazione che la realtà è ben oltre le parole di certi personaggi che usando la paura e l'intolleranza, vorrebbero arginare l'integrazione. Solo i coglioni possono ancora credergli ed è di questi che bisogna aver paura.
La centrale Piazza San Vittore è forse il luogo che riassume meglio le caratteristiche della varesinità. C'è la basilica con la sua facciata neoclassica e l'alto campanile barocco a rappresentare lo spirito religioso; c'è un'importante banca, dalla facciata in stile fascista a dare il senso di rigore destrorso e a rappresentare ricchezza; c'è un sobrio complesso di edifici antichi le cui facciate ricordano un po' quelle delle case di ringhiera, a dar il senso di provincia. E infine c'è l'ottocentesco Arco Mera attraversando il quale si arriva nel cuore dello shopping cittadino, dove dietro alla statua del Garibaldino c'è la sede della Lega e il sabato si fa lo "struscio", magari dando prima un'occhiata -ma non è detto che lo si faccia ancora- alle lapidi che ricordano i caduti varesini per la patria.
Insomma: Piazza San Vittore è cuore e specchio della città.
Ho scoperto però che questo austero e ampio spazio può essere scompigliato, diventando invece piazza per un sogno emozionante, capace di ridiseganare le regole che da sempre governano la città. Basta affidarlo alla fantasia di Paolo Buroni che con le sue Invasioni Urbane, ridefinisce la percezione dei luoghi, proiettando sulle facciate degli edifici immagini luminosissime ed evocative, il cui impatto emotivo viene amplificato da una studiata colonna sonora.
Così sabato sera la piazza è diventata teatro: senza generare insicurezze nei cittadini, sempre troppo preoccupati per "lo straniero e il buio nelle strade", si sono spenti i lampioni ed è andato in scena il rinascimento italiano e la Varese che fu, proiettati sugli edifici a 360 gradi.
Le persone si sono fermate -finalmente- col naso all'insù, lasciandosi catturare dalla bellezza degli sguardi dei dipinti antichi, dalla grazia delle Madonne col bambino e dalla malinconia di alcune fotografie di una Varese ormai persa, che scorrevano enormi, sulle facciate degli edifici. Si sono lasciate penetrare e sollevare dalla musica, per farsi trasporare dentro la Città Ideale o per sfiorare lo strano naso del Duca di Montefeltro, o ancora per lasciarsi osservare inconsapevolmente volteggianti, dagli occhi attenti di un ritratto del Mantegna apparso tra le capane della torre campanaria.
La Piazza è diventata un contenitore per una moltitudine di persone sospese a mezz'aria, dentro lo spettacolo di suoni e immagini, unite nella stessa emozione. E io con loro, sospesa nella metamorfosi di una città che diventa farfalla. Invasioni urbane è uno spettacolo da non perdere. In replica tutte le sere fino al 14 dicembre (qui gli orari)